Tekhnè

Pubblicato il da Ghigo Battaglia

 

La tecnologia, come una maschera di teatro, nasconde un volto osseo e mortifero dietro paramenti lucenti di facili seduzioni e leggeri narcisismi. Gli impianti domestici, gli apparecchi di telefonia, tutti gli orpelli di cui gioiamo, per cui ci indebitiamo e per colpa dei quali li confondiamo con lo sviluppo profondo e duraturo, sembrano i radio-collari che i sedicenti studiosi di animali infliggono al loro oggetto di ricerca, loro malgrado. Allo stesso modo, ma di nostro buon grado, ci lasciamo tracciare, manipolare, confondere in un nuvoloso spirito oppiaceo che ci aleggia attorno e ci dona quel leggero stordimento dell’alcool mal digerito o del piccolo veleno alimentare che ingeriamo, anch’esso, ben volentieri. Assuefatti ci lasciamo avvolgere da chilometri di cavi che, come le spire di un orribile immaginato mostro marino, convogliano il nostro agire fin dove neanche forse possiamo immaginare. Abitiamo edifici d’inferno, che non ci scaldano, non ci proteggono e non riescono neanche a donarci gioia e felicità. Cerchiamo l’oblio perenne, fatto di vuoto e ritualità, e questi ci giunge incontro festoso, sorridente ed ubiquo, a proporci sempre le stesse ricette per i nostri atavici mali che i nostri antenati conoscevano e combattevano però molto meglio di noi.

Chi vive nell’inferno e nel terrore ricerca lo stordimento del nulla, non vuol vedere, conoscere, sperimentare, preferisce dimenticare, retrocedere, sonnecchiare, contando sul fatto che non esista una realtà ma solo un nostro modo di interpretarla e viverla e che quindi si è scelto, chissà perché, quello sbagliato. Nello stradone dei milioni conviene convogliare, nella fretta dei mille e mille passi al trotto verso un futuro che non si vuole giammai immaginare. Ragionare fa male, produce stress e soprattutto non sta bene. Non si scambino mai infatti pensieri sui cieli avvelenati o sul cibo che si stenta a riconoscere ma sull’ultimo esile, inutile, fragilissimo prodotto di quella tecnologia che ci ha reso lenti, assonnati e distratti dal senso ultimo delle cose, dal loro volgere, dai mille stimoli che i sensi ci donano. Un plauso a chi ha concepito questi recinti elettrici, a chi ha creato i simulacri di gioia e dolore tramite un ventaglio quasi omnicomprensivo di possibilità davvero ben formulate ed ancor meglio proposte.

E’ questo il massimo che possiamo dare, il fine ultimo? Perché ci siamo arresi così presto?

          

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G
<br /> <br /> è un sollievo per il cuore leggere queste tue analisi...prendiamo atto di quest'ordine involuto di cose, della seduzione oscura (come l'hai opportunamente definita) riecheggiante ovunque<br /> <br /> <br /> <br />
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G
<br /> <br /> Ciao Giovanni, grazie per il commento. <br /> <br /> <br /> <br />