Sopravvivere in un Campo Fema

Pubblicato il da Ghigo Battaglia

 

La vicenda che segue ricorda la gestione del post terremoto a l’Aquila in cui vennero allestiti dei campi in cui non era concessa la privacy di nessun tipo. A quella precaria sistemazione seguì lo scempio delle orribili abitazioni a schiera, prive di senso e protezione, costruite in fretta e furia senza il consenso dei cittadini. Occorrerà abituarsi a trattamenti spicci e spesso intrusivi, soprattutto in climi di emergenza indotta, com’è stata quella prodotta da uragani artificiali ed ingegnerizzati. La gestione delle emergenze e la loro creazione è una costante dei nostri tempi. Esercitazioni, eventi estremi, sommosse, alluvioni, sono tutti pretesti per azzerare le conquiste democratiche ed il diritto, consentendo una intrusione massiccia nella sfera privata di un cittadino ed una gestione del territorio verticistica ed inappellabile. Esiste poi tutto un mondo di pre-emergenza in cui le regole democratiche vacillano, come nel caso degli appalti ad invito in luogo delle normali procedure di assegnazione per i lavori di ‘messa in sicurezza’ dei territori o dei manufatti architettonici. La sicurezza è un grandissimo business e la gestione delle emergenze permette di manipolare il prossimo senza controllo. La descrizione della vita giornaliera in un campo della Fema prefigura purtroppo un futuro prossimo e possibile, con il suo corredo di badge elettronici sul quale incombe il fatidico e biblico chip sottopelle (il marchio della bestia) che presto sarà proposto come indispensabile proprio in nome della 'sicurezza', nell'accezione improbabile nella mente dei nostri governanti. Brani dell’articolo dell’agenzia Reuters di Michelle Conlin (1): 

Ashley Sabol, 21 anni, di Seaside Heights, New Jersey ci riferisce di un suo soggiorno obbligato ad un campo Fema, allestito in occasione dell’uragano Sandy nella tendopoli di Monmouth Park di Oceanport, New Jersey il 9 novembre 2012. "Ci hanno trattato come se fossimo prigionieri", dice la ragazza, "è brutto da dire, ma onestamente mi sento come se fossimo stati in un campo di concentramento." 

All'interno delle gigantesche tende bianche fluttuanti, le luci massicce danno un forte abbagliamento giù dal soffitto per tutta la notte. L'aria è fortemente disturbata dal ronzio dei generatori di pompaggio per l'alimentazione. Ci sono guardie di sicurezza a tutte le porte, comprese le docce. A nessuno è permesso di andare da nessuna parte senza mostrare il proprio ID, anche per usare il bagno: "devi mostrare il tuo badge", ha detto Ambra Decamp, un ragazzo di 22 anni, il cui appartamento è stato spazzato via a Seaside Heights, nel New Jersey. La mini-città non ha sigarette, niente libri, niente giornali, niente giochi da tavolo, senza TV e senza giornali o radio. "Stiamo iniziando a cedere", ha detto Decamp, "ma non abbiamo altro posto dove andare. 'A dire il vero, nessuno è stato costretto a stare nella tendopoli. Ma molti dicono di non avere altra scelta immediata.' 

La FEMA ha in programma di portare dei rimorchi in New Jersey per aumentare la quantità di alloggi temporanei. "Loro ci trattano come se fossimo prigionieri", dice Ashley Sabol, 21 anni, di Seaside Heights, New Jersey. "E 'brutto da dire, ma onestamente sento come se fossimo in un campo di concentramento." A Sabol è stato detto che aveva mezz'ora per prepararsi: tutti venivano spediti in un hotel a Wildwood, New Jersey, dove sarebbero stati in grado di riaversi con docce, letti e una porta da chiudere. 

Sabol e circa 50 altre persone sono salite a bordo di un autobus del New Jersey, che ha cominciato a girare, apparentemente senza meta, per ore sotto vento e pioggia. Dopo quattro ore, l'autista del bus si è fermato in un parcheggio sterrato. I passeggeri si aspettavano un caldo albergo e forse anche un ristorante. Invece hanno visto una mini-città di WC portatili e voluminose tende bianche con le loro alette di aggancio antivento. All'interno, hanno ottenuto lenzuola, un cuscino gommoso, un lettino e una coperta. 

Non c'era riscaldamento quella notte, e con temperature scese a zero, la gente ha potuto cominciare a vedere il loro respiro condensare. Le raffiche di vento soffiavano neve e fango sulla faccia perché Sabol ed il suo lettino erano vicino ai lembi della tenda aperta. Rabbrividì. Le sue mani sono diventate viola. Ci sono voluti tre giorni per le tende a scaldarsi.(...)

 

(1) http://aftermathnews.wordpress.com/2012/11/12/sandy-victims-life-in-a-fema-camp-feels-like-prison/

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