La Grande Bruttezza

Pubblicato il da G B

     roma

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Una cosa sola funziona a Roma, anzi due: i SEMAFORI e la BIBLIOTECA NAZIONALE. Gli impianti semaforici sono ben mantenuti, precisi, ben coordinati, insomma: perfetti. La biblioteca nazionale si dimostra una entità culturale efficiente, pulita, ben gestita. Ovviamente il suo buon funzionamento è favorito dalla incredibile scarsità di visitatori, aspetto davvero bizzarro se si considera che a Roma insistono oltre 120.000 studenti universitari.

 

Tutto il resto langue in una sottile linea di confine tra il grottesco e l’assurdo, in bilico tra picchi di normalità e surreali scivoloni disastrosi. Così la sanità, la giustizia, gli enti locali, la manutenzione stradale, dei parchi e delle zone archeologiche, l’illuminazione pubblica, l’apparato burocratico … tutto funziona e non funziona, generando una illimitata nota di inquietudine negli abitanti della città eterna che infatti non escono mai separati dal loro fido ‘telefonino’ ben carico. Che sia eterna appare evidente anche da quel remake de ‘La Dolce Vita’ che è il film di Sorrentino ‘La Grande Bellezza’. Passano cinquant’anni e nulla cambia anzi, peggiora. La palude romana è tutt’ora un impasto di seduzioni, angosce, disillusioni ed illusioni, depravazioni e presunte santità. Rispetto all’originale, questa pellicola è un suo epigone che ben rappresenta l’ulteriore perdita di speranze delle anime accorte sopra questa città, in esemplare rappresentanza del paese tutto. Roma è infatti capitale di un paese che le somiglia molto, con i suoi mezzi inferni ed i suoi parziali paradisi artificiali, gli abbandoni ed il sadismo, le attese e la sconfitte.

 

L’immane scia chimica che avvia la narrazione per immagini del film mi sembra un ottimo spunto per rappresentare lo svilimento di senso che si è impossessato delle vite di tutti noi. L’aggressività sociale è la manifestazione della perdita del senso profondo delle nostre vite, irretite dalle vuote lusinghe della tecnologia d’accatto, lanciate ad inseguire un nulla fatto di luci al neon, suoni striduli e ripetitivi, sorrisi melensi e risate nauseanti, luoghi comuni ed occupazioni indecenti.

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Vaticano

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In questa altalena immotivata la NAUSEA regna sovrana, anche solo con la funzione salvifica di rimedio per non scivolare definitivamente nel fango della palude eterna. La piana del VATICANO era un luogo paludoso e periglioso, abitato da grossi serpenti divoratori di bambini ed invaso da erbacce e vigne che producevano un noto vino tossico, ottimo per ‘vaticinare’ (da cui il nome 'Vaticano') o, meglio, per incarnare un ciarliero delirio tossico. Poi adibita a cimitero per le classi sociali inferiori ed in ultimo a luogo di gare tra carri. Sopra tutto ciò, è stata eretta la ‘FABRICA’ sampietrina. Dov’è finito il genius loci? Si è diffuso per tutta la città? Dove sono finiti i serpenti? Della vigna tossica si possiedono echi contemporanei? La risposta forse è proprio all’interno dell’ultima fatica di Sorrentino.

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