Cronachetta Semiseria dall'Anno 40°

Pubblicato il da Giosué Bonifaci

 

Eniade, città 47, anno 40° (2035 del vecchio calendario) - Giosué Bonifaci 

Scrivo nottetempo, quando gli impianti bioelettrici rallentano la loro efficacia e mi permettono una certa libertà di movimento. Le razioni di mais salmonato con le quali ci nutriamo alla sera non consentono il sonno e passiamo le notti ad osservare i sempiterni diffusori olografici delle litanie dell’ordine: occhi di Horus iridescenti accompagnati dai sacri inni ad Osiride, dalla lettura del libro dei morti, dal feroce canto di Nabucodonosor o dal racconto delle ultime imprese su Saturno dell’ennesimo clone di Barry Soetoro (Obama III).

Alle prime luci verdi-azzurre dell’alba dovrò recarmi all’infermeria del campo più vicino per il consueto prelievo di sangue e le vaccinazioni giornaliere e, dopo un’abbondante colazione a base di alghe modificate, mi avvierò alla bio-incubatrice della milizia.

Sopra di noi volano ininterrottamente astronavi di tutti i tipi, rilasciando riflessi multicolori sulla superficie ghiacciata del terreno. Il cielo è una coltre compatta grigio chiaro attraverso la quale si intuisce l’andirivieni sbilenco del sole. La casta dei nobilissimi conduce le cose terrene dai loro bunker sotterranei o dalla bassa atmosfera mentre noi intoccabili conduciamo le nostre esistenze al livello zero del suolo, esposti alle inondazioni mensili, ai venti gelidi ed ai frequenti tornado.

Non so perché scrivo e non so nemmeno a chi; nessuno comunica più con nessuno perché siamo tutti interconnessi dalle reti neuronali silicee che tutto coprono in un continuum di relazione indotta. In bocca l’eterna sensazione del ferro arrugginito mentre il mio sguardo catatonico sorride, come di dovere, ad un altro internato dalla carnagione bluastra e l’altezza smisurata: è un feroce ibrido di seconda generazione, dotato di un cervello bionico dalla grande capacità mnemonica.

Siamo gli ultimi della nostra specie, homo sapiens ci chiamavano! Quanta ironia in quel nome … eppure, di quel tempo che fu, conservo una reliquia unica: un alberello secco di arancio con le foglie ancora attaccate ai rami. Lo rimiro nelle mie notti insonni alla luce tremolante delle lampade nazionali a scariche di idrogeno e mi domando com’era il settimo pianeta quand’era coperto di verdi presenze, pullulanti di tante forme di vita.

Termina qui il mio spazio di libertà, non ho fame, non ho sete, mi compiaccio di partecipare all’era del grande progetto, seppure come esemplare di una specie in declino. Il nostro ruolo sta per terminare. Abbiamo manipolato il pianeta per predisporlo ai suoi nuovi abitanti ingegnerizzati dalle divine menti dell’oltre vertice. L’aria satura di metalli conduttivi è manna per loro mentre è veleno per noi. Il grande freddo non ci permette di proseguire oltre mentre è congeniale alla loro vita. Buonanotte quindi, una dolce notte ad Eniade, come le altre.

 

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